Visualizzazione post con etichetta umorismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta umorismo. Mostra tutti i post

venerdì 12 dicembre 2025

Una cosa che ho imparato se voglio vincere un quiz


Il programma “Chi Vuol Essere, Ma Non Troppo” andava avanti da quindici stagioni e si reggeva soprattutto sull’impreparazione dei concorrenti e sull’enfasi teatrale del conduttore Virgilio Sbruffi. Quella sera il concorrente Ernesto Baggiani, grafico trentenne e amante delle emozioni purché non comportassero rischi reali, era arrivato alla domanda da cinquantamila euro: quale filosofo greco avesse pronunciato la massima “Conosci te stesso”. Eraclito, Talete, Solone o Diogene. Ernesto sbiancò, il pubblico trattenne il fiato, e Sbruffi si dilungò in uno dei suoi silenzi drammatici finché Ernesto, disperato, annunciò che voleva usare l’aiuto da casa. Tutti si aspettavano che chiamasse un parente, un amico, un collega; invece con un tono solenne e ingenuamente suicida dichiarò: “Telefono al professor Massimo Cacciari”. Un’ondata di stupore attraversò lo studio: alcuni applaudirono, altri fecero versi di terrore, e un tecnico si segnò come davanti a un fenomeno sovrannaturale.

La telefonata partì e dopo tre squilli rispose una voce cavernosa: “Pronto”. Ernesto, sudando, annunciò chi era e da dove chiamava, chiedendo aiuto per la risposta. Seguì un silenzio denso, poi il professore esplose in un fraintendimento indignato: “Lei mi chiama ADESSO per una domanda da quiz? Ma mi scusi, lei possiede un cervello funzionante o l’ha messo in pausa per la serata?”. Il pubblico, censurato dalla regia, tratteneva le risate. Ernesto tentò di ripetere la domanda ma il professore continuò a inalberarsi: “Ridurre la tradizione filosofica greca a quattro letterine in un quiz! Ma cos’è questa roba? Ma lei deve STUDIARE, capisce? Studiare!”. Ogni parola era una grandinata metafisica. Il tempo scorreva inesorabile mentre Cacciari denunciava la decadenza dell’Occidente, l’ignoranza televisiva e, implicitamente, anche il povero Ernesto. Quando questi, tremante, chiese almeno un’indicazione rapida, il professore diede il colpo finale: “Sbagli! Sbagli pure! Lezione utile solo se fa male!”. Poi la linea cadde, o forse fu il professore a chiuderla, o forse ancora la realtà decise di interrompersi per autodifesa. Il tempo era scaduto. Ernesto aveva perso la domanda, il premio e circa dieci anni di serenità interiore. Sbruffi gli posò una mano sulla spalla e cercò di consolarlo: “Coraggio, Baggiani, nessuno sopravvive davvero a una sfuriata di Cacciari”.

A fine puntata, mentre lo studio veniva smontato, Ernesto rimase immobile vicino al podio, come se ancora sentisse il rimbombo delle parole del professore nei timpani. Un autore si avvicinò e gli spiegò con tono paterno che esiste una regola non scritta: puoi chiamare l’amico intelligente, il parente confuso, perfino il cugino che sbaglia tutto; ma MAI devi chiamare Massimo Cacciari, perché significa evocare un temporale filosofico che travolge tutto. Ernesto annuì, sconfitto ma un po’ più saggio, e capì la lezione. 

In fondo la morale è semplice: se sei concorrente di un quiz a premi e hai l’aiuto da casa, non rivolgerti al professor Massimo Cacciari. Pè provocà!


Peggio che andar di notte

Peggio che andar di notte

Il signor Menicucci, persona di specchiata correttezza e moderato entusiasmo per la vita, una mattina si svegliò con la sensazione che qualcosa stesse per andare storto. Non terribilmente storto, solo appena un po’, quel tanto che basta a rendere la giornata interessante per chi la vive e leggermente fastidiosa per chi la ascolta raccontare.

Aprì la finestra e si trovò davanti un cielo di un grigio così incerto che non sembrava decidere se voleva piovere, schiarire o dichiararsi neutrale. «Ottimo», commentò Menicucci, «un cielo indeciso mi somiglia». Mentre si allacciava le scarpe, si accorse che una delle due aveva deciso di farsi trovare già slacciata, come se avesse capito che quel giorno non avrebbe sopportato neanche il minimo sforzo.

Quando uscì di casa, inciampò in una foglia secca. Non una radice, non un gradino, non il cane del vicino. Una foglia. «È già peggio che andar di notte», borbottò, non sapendo bene perché. Non era mai andato di notte in alcun luogo particolarmente problematico, ma gli avevano assicurato che la formula si applicava a qualunque situazione infelice.

Camminando verso l'ufficio, incontrò la signora Dombasini, veterana del quartiere e commentatrice non ufficiale del comportamento altrui.
«Signor Menicucci, ha una faccia!» disse lei, come se la faccia fosse un accessorio opzionale.
«Giornata difficile…»
«Poverino. Peggio che andar di notte, eh?»
«Proprio così», rispose Menicucci, felicissimo che qualcuno confermasse le sue intuizioni linguistiche.

Arrivò alla fermata dell’autobus proprio mentre l’autobus si allontanava con aria di chi ha altri impegni più importanti. Menicucci gli corse dietro per tre passi, abbastanza da far credere agli astanti che ci tenesse davvero, ma non abbastanza da sudare.
«Poteva andare peggio», disse a un ragazzo che stava lì.
«Come?»
«Poteva essere notte.»
Il ragazzo lo guardò come si guarda uno che racconta un proverbio senza garanzia di funzionamento.

All’ufficio lo accolse il collega Serafin, noto per il suo entusiasmo ad ansa invertita: più gli succedevano cose buone, più diventava pensoso.
«Menicucci, non abbiamo internet.»
«Ah.»
«E il telefono non funziona.»
«Capisco.»
«E il capo è entrato urlando che oggi vuole efficienza.»
«Meraviglioso», concluse Menicucci. «Siamo ufficialmente peggio che andar di notte.»

A quel punto Serafin si sentì autorizzato a credere che l'espressione fosse una notizia meteorologica, quindi prese la giacca. «Se siamo peggio che andar di notte, io vado a prendere un caffè.»

Durante la pausa, Menicucci pensò che forse sarebbe stato utile capire davvero cosa significasse l’espressione. La sua curiosità pratica lo portò a chiedere al barista:
«Scusi, lei cosa intende quando dice peggio che andar di notte
Il barista, che prendeva le domande filosofiche come complimenti alla qualità del suo caffè, rispose:
«Vuol dire che va tutto a tentoni. Senza luce. Senza sapere dove si mette il piede.»
«Ah, quindi metaforico.»
«Sì, ma anche letterale. Si ricordi che la notte si inciampa più spesso.»

Menicucci annuì. In effetti, la metafora della notte gli sembrava coerente con la foglia secca, l’autobus fuggitivo e l’internet assente. Tutto rientrava in una certa logica pessimista ma ordinata.

La giornata proseguì tra piccoli disastri di routine: la stampante decise di produrre fogli bianchi con la presunzione di essere comunque utile, il capo pretese una relazione che Menicucci non ricordava di aver mai promesso, e qualcuno rubò l’ultimo yogurt al pistacchio dal frigorifero comune. Nessuno confessò il furto, nonostante un interrogatorio spontaneo e gentile condotto dallo stesso Menicucci sotto forma di «se per caso siete stati voi, non preoccupatevi, ma lasciatemi un post-it».

Al tramonto, che era solo un’alba al contrario ma più stanca, Menicucci tornò a casa. Aprì la porta, entrò, si guardò intorno. Tutto era al suo posto, tranne il gatto, che lo guardava con quell’aria da filosofo domestico capace di stabilire la graduatoria delle sciagure con un solo miagolio.

«Be’, caro gatto», disse Menicucci slacciandosi finalmente la scarpa ribelle, «oggi è andata così. Peggio che andar di notte.»
Il gatto lo fissò immobile, poi si voltò e si allontanò con dignità, come se volesse ricordargli che lui, la notte, ci andava spesso e senza mai lamentarsi.

Menicucci sorrise. Si versò un bicchiere d’acqua, a cui l’acqua rispose uscendo dal bicchiere con un entusiasmo imprevisto. Asciugò tutto con rassegnazione e una punta di orgoglio, perché ormai era un esperto dell’argomento.

«Eppure», pensò, «se questa è la notte, ci si vede anche abbastanza bene.»

E concluse che, forse, peggio che andar di notte è solo un modo per dire che ci capita di inciampare nelle nostre stesse foglie secche, mentre la vita ci osserva con l’aria di chi ne sa di più e non ce lo dice.

E nonostante tutto, si può sempre tornare a casa senza bisogno di una torcia.

domenica 7 dicembre 2025

Il Paziente Negativo che diventò Positivo, in senso Negativo

Un paziente attende gli esiti medici e telefona al dottore che però è in galleria, creando una catena di equivoci irresistibili: mesi di vita che cambiano a ogni interferenza, diagnosi ribaltate e il paradosso medico tra “negativo” e “positivo”. Un racconto ironico nello stile di Calvino e Campanile.


Quando il telefono squillò, il signor Malesani era seduto composto sulla sedia del soggiorno, con le mani intrecciate sulle ginocchia e la postura di chi attende un verdetto cosmico. Da tre giorni viveva sospeso in una sorta di nebbia mentale, come una marionetta lasciata a mezz’aria. Si era persino dimenticato di spegnere la moka, che ora ribolliva oltre ogni ragionevole limite. Prese il telefono con l’aria di chi compie un gesto irreversibile. «Pronto? Malesani.» 

All’altro capo della linea sentì un fruscio che sembrava il respiro di un animale marino. Poi una voce, troncata, risucchiata, stiracchiata come un nastro magnetico difettoso. «Sì… Malesani… sono io. Allora, ho qui gli es…» Il signor Malesani si irrigidì. Gli “es…” potevano essere esami. O esiti. O esalazioni. Nel dubbio, trattenne il fiato. «Mi dica, dottore… sono pronto.» Seguì un altro fruscio, poi un boato cupo, come quello di una montagna che inghiotte un villaggio. Forse il dottore era in galleria. O nella bocca di un drago. Era difficile distinguere. «Allora… il risultato è… nega…» Poi silenzio. Solo un fischio lontano. «Negativo?» chiese il signor Malesani, sperando di non risultare troppo speranzoso. La voce del medico esplose in un singhiozzo metallico: «…tivo, sì! Nega… ti… vo.» Il signor Malesani spalancò gli occhi. 

Le mani gli caddero in grembo come due asciugamani bagnati. Possibile? Era salvo? Un’ondata di gioia gli attraversò la pancia come un’anguilla illuminata. «Ma allora, dottore, sto bene?» «Asp… no… non… bene… brut…» Ecco. Tutto nuovamente in frantumi. «Brut…» poteva essere brutto. O bruttissimo. O brutale, il che era peggio. Nel dubbio, tornò a sentirsi morire. «Dottore? Non la sento. Che significa brut…?» 

La voce ritornò, ma spezzata in sillabe che parevano uscite da un trattato di fonologia extraterrestre: «Brut… bri… brioche.» «Brioche?» fece il signor Malesani, aggrappandosi alla parola come a una ciambella in mezzo all’oceano. «No! Accidenti, la galleria… dicevo: brutto seg… seg…» «Segno?» domandò il signor Malesani, ora con il tono di chi sta facendo un cruciverba nel mezzo di un terremoto. «Segnale! Non sento… niente… mi sposto…» Fruscio. Esplosione. Una voce distante: «Ginocchia…» «Ginocchia?» ripeté Malesani, ora convinto che il suo corpo stesse cedendo più rapidamente di quanto immaginasse. «No… no… picco… picc… picchi…» «Picchi?» suggerì, sempre più inquieto. «Picchi… picchietto il telefono! Nulla, non va… Aspetti un…» Poi un taglio improvviso. Silenzio totale. Come quando in un teatro gli attori si immobilizzano e il sipario si blocca a metà. Il signor Malesani rimase così, come sospeso sopra un abisso, finché il telefono squillò di nuovo. «Pronto?» «Sì, Malesani… sono uscito dalla galleria… allora, le dicevo… la situazione… è… pos…» La parola “pos” gli arrivò addosso come un camion carico di mattoni. Pos… positivo? Posizione? Possibile? Possibilmente negativo? L’ambiguità linguistica diventò per lui una lama a doppio taglio, oscillante sopra la testa. «Pos… cosa?» chiese con un filo di voce. «Posi… ho posizionato il telefono vicino al finestrino. Ora si sente meglio?» 

Il signor Malesani strinse i denti. «Sì, ma mi dica dei miei esami. La prego.» Il dottore tossicchiò. Intravide nello sfondo un colpo di vento, forse il treno entrava in un’altra cavità geologica. «Dunque. La prima cosa da dire è che il quadro… è… com… con…» «Come?» chiese Malesani, ansioso. «Consistente.» Il paziente si immobilizzò. “Consistente” suonava come la descrizione di un sugo, non di una vita umana. «Consistente… in che senso?» «Ah, no, scusi. Mi riferivo ai fogli. Sono tanti. Vento… cadono… accidenti.» Seguì un rumore come di carte che volavano nella corrente di un fiume sotterraneo. «Dottore, la prego… io non ce la faccio… ho bisogno di sapere.» La linea frusciò come la coda di un serpente. «Allora… il primo referto dice che c’è… una… les…» Lì fu Malesani a saltare dalla sedia. «Les? Lesione? Lesso? Leso?» «Les… leeeeggerrr…» «Legger… leggero?» domandò con un filo di speranza. «Leggermente… sospetto.» Il mondo gli cadde in testa come una cassa di mandarini. «Sospetto? Cioè… pericoloso?» «No! No! Sospetto nel senso che… potrebbero esserci… segni… compat… compa…» «Compatibili con cosa?» L’attesa gli stringeva la gola. «Compatibili con… compatibili con… dalle analisi non emerge nulla di conclusivo. Bisogna contestualizzare.» Il signor Malesani restò muto. Una specie di ottimismo e di terrore si mescolavano in lui in modo del tutto disordinato, come una macedonia preparata da un ubriaco. Poi il dottore aggiunse: «Comunque non si preoccupi. Peggio di così…» Silenzio. 

Quel “peggio di così” non fu completato, perché il treno entrò nuovamente in galleria. E così, per oltre un minuto, il paziente rimase a contemplare l’ipotesi di avere pochi giorni, forse ore, o forse millenni di vita. Poi la linea tornò, ma con un gracchiare apocalittico. «…o un mese di vita…» Il signor Malesani cadde dalla sedia. «UN MESE?» «Cosa? Non ho detto un mese! Ho detto: “Ho messo via la cartella vita-natural-durante”. È un archivio elettronico. La parola “vita”… ha frainteso tutto.» «Ah.» Malesani aveva il cuore che picchiava come un tamburo di guerra. «Quindi non morirò tra un mese…» «Ma no! Si figuri! Chi glielo ha detto?» «Lei! Adesso! Poco fa!» «Io? Ma se non riesco neanche a sentire me stesso…» La vicenda prese un’altra piega quando un nuovo rumore intervenne: un boato seguito da un sibilo. «Oh, accidenti… adesso… sem… sembra che avrà… sei mesi…» «SEI MESI?» Malesani si coprì la bocca. «Cosa? No! Ho detto: “Il treno si è messo a... sei mesi fa non funzionava così l’impianto audio”. Non capisco come abbia fatto a capire il contrario.» Il paziente, stordito, si sedette con la sensazione che la realtà fosse diventata un elastico tirato troppo forte. «Dottore… la imploro… mi dica chiaramente… quanto… quanto mi resta?» Il dottore inspirò rumorosamente, come chi sta per dire una verità scomoda. «Secondo me… un anno.» 

Il signor Malesani svenne. Poi rinvenne per ragioni puramente narrative. «Un anno?» «Sì, un anno. Cioè… un anno fa ha fatto un controllo simile e non era cambiato nulla. Lo sto confrontando.» «Ah.» Il mondo del signor Malesani oscillava avanti e indietro come un pendolo impazzito. Quando la voce del medico si interruppe di nuovo, la sua immaginazione iniziò a suggerirgli scenari sempre più assurdi: funerali anticipati, iscrizione a corsi accelerati di filosofia orientale, la necessità di vendere il divano-letto. L’intera esistenza sembrava ora un mobile IKEA montato al contrario. Il telefono squillò ancora. «Mi scusi… ora la linea è stabile. Senta: i suoi esami sono… nega…» «Ancora negativo? Ma prima era positivo! O sospetto! O consistente! Dottore, la prego… io sto impazzendo.» «No, Malesani, ascolti: i suoi esami sono “negativi in senso positivo”.» «Come scusi?» «Sono negativi… cioè buoni. Tutto a posto. Nessun problema. Lei sta bene.» Il signor Malesani si immobilizzò. Il suo cervello, ormai trasformato in un labirinto di linee telefoniche immaginarie, cercò di processare la frase. «Quindi… non ho nulla?» «Proprio così.» «E il mese di vita?» «Fraintendimento.» «E i sei mesi?» «Fraintendimento doppio.» «E l’anno?» «Archivio elettronico.» «E la les…» «Lesione? Mai esistita. Volevo dire leggerissima variazione, poi il treno ha fatto un rumore mostruoso e ho perso il filo.» Il signor Malesani respirò, finalmente, come se fino a quel momento avesse inspirato aria con il contagocce. «Quindi… posso considerarmi… sano?» «Sano come un pesce, Malesani. E a proposito…» Nuovo fruscio. Un rumore sordo. Poi: «…pesce… morto…» 

Il signor Malesani lanciò un urlo degno di un melodramma barocco. «MORTO?» «Che morto! Stavo dicendo: “Pesce… morto di invidia”. È un’espressione che uso quando uno sta benissimo. Ma lasci perdere, ogni volta che parlo entra un tunnel.» Il paziente chiuse gli occhi, massaggiandosi le tempie. «Dottore… posso chiederle un favore?» «Certo.» «Non mi telefoni mai più mentre è in galleria.» «Ha perfettamente ragione. Anzi, ho un’ultima cosa da aggiungere…» Il signor Malesani sogghignò, ormai pronto a qualunque apocalisse telefonica. «Dica pure.» «Il suo stress è alle stelle. Le consiglio qualche giorno di vacanza.» «Pos… negativo?» chiese Malesani, per sicurezza. 

Il medico rise. «Positivissimo.» E la linea, per la prima volta in tutta la giornata, si chiuse in maniera perfetta e limpida. Come un esito veramente negativo, quindi finalmente positivo!

sabato 12 aprile 2025

2006: Top Gun e il fantasma di Togliatti


2006: Top Gun e il fantasma di Togliatti


Il festino era cominciato con le migliori intenzioni: vino rosso del discount, taralli pugliesi comprati a peso e playlist di Manu Chao. Tutto molto 2006. C’erano studenti del Dams, qualche Erasmus argentino e boliviano, e naturalmente lui: Giuliano, il mio amico tesserato di Rifondazione, il quale sosteneva che in Italia non esistevano più le mezze stagioni né la vera sinistra. Parlavamo di cinema, come fanno i giovani colti o che almeno vogliono sembrare tali. Si discuteva se Tarantino fosse un genio o un feticista con la sindrome di Peter Pan, quando saltò fuori il nome di Tony Scott. Io, entusiasta, menzionai Top Gun.

“Top Gun è una figata,” dissi con l’entusiasmo che solo un Tom Cruise sudato può suscitare. “Tutto quel testosterone, le moto, i jet...” Giuliano mi guardò come se avessi appena difeso l’invasione dell’Iraq. “Mai visto,” disse, mentre un’ombra passava dietro ai suoi occhiali tondi alla Pasolini. “Come sarebbe a dire mai visto?” chiesi, sconvolto. “Me l’ha proibito mio padre,” disse con tono solenne. “Diceva che era propaganda imperialista. Un film-spot della NATO. Per lui Top Gun era come Via col vento ma con le bombe al napalm.” Ci fu un silenzio strano. Persino i ragazzi del Dams smisero di rollarsi le sigarette per un secondo. A quel punto intervenne Sebastián, un argentino con una maglietta di Diego Maradona e una birra in mano. “Nooo boludo, Top Gun è un clásico! Cuando Tom Cruise se pone los lentes y dice ‘I feel the need... the need for speed!’ è come vedere Messi segnare contro l’Inghilterra.” Giuliano, visibilmente turbato, cominciò a sgranocchiare nervosamente dei taralli. “Il problema,” disse, “è che la nostra generazione è cresciuta senza anticorpi. 

Nessuno ci ha vaccinato contro Stallone, Schwarzenegger, o Tom Cruise. Mio padre invece sì. Per lui Top Gun era come leggere Il Giornale: un atto di tradimento culturale.” “Ma scusa,” intervenne una ragazza boliviana con i dread, “non è anche Battleship Potemkin una forma di propaganda?” Giuliano la fissò per un secondo come se le avesse chiesto se Fidel Castro fosse vegano. Poi scosse la testa: “Sì, ma almeno Potemkin aveva Eisenstein. Top Gun aveva... Kenny Loggins.” Ci fu una pausa. Poi Sebastián alzò il volume dello stereo dove partiva Danger Zone. Alcuni ballarono. Giuliano restò fermo, visibilmente combattuto. In fondo, dentro di lui, forse sentiva che avrebbe potuto amare quel film, se solo suo padre non gli avesse insegnato che un missile aria-aria equivaleva a una sconfitta ideologica.

“Il futuro era Buffon, ma Bertinotti si era abbonato a Sky tradendo l’idea comunista”

Nel mezzo della discussione sull’importanza del Vietnam come esperienza formativa per la sinistra globale, qualcuno stappò una Moretti calda e gridò: “Raga! Ma vi rendete conto che tra tre mesi vince Prodi?” Una risata soffocata. Giuliano fece un mezzo sorriso. “Sì, e magari vinciamo pure i Mondiali, già che ci siamo…”

Ci fu un attimo di silenzio. Poi il flashforward, improvviso come una visione da peyote zapatista.

Luglio 2006. L’Italia è campione del mondo. Materazzi si fa insultare da Zidane con la pazienza di un frate trappista, poi lo provoca a tal punto che quello gli rifila una testata con effetto sonoro da cartone di Tex Avery. A Cosenza, il festino si è evoluto in una comune semipermanente. Giuliano, in preda all’euforia post-vittoria, indossa una maglietta con scritto “Cannavaro antifascista” e ha finalmente deciso di guardare Top Gun, ma solo in VHS e solo se lo doppiava Oreste Rizzini. Fausto Bertinotti, intervistato dalla Rai mentre sorseggia prosecco davanti a un televisore al plasma (“mi hanno convinto a fare Sky per seguire il Tour de France”), dichiara: “È una vittoria della collettività, dello spirito di squadra, del centrosinistra moderatamente entusiasta.” Nel frattempo, Ricky Gianco viene riscoperto da un DJ bolognese che lo rimixa con i Daft Punk durante la Festa dell’Unità 2006 a Bologna, mentre un banchetto raccoglie firme contro la globalizzazione tra una piadina e un dibattito sull’eros ai tempi del liberismo.

“Cosenza chiama Mosca… Buenos Aires risponde”

Il festino era cominciato con due casse acustiche sgangherate e una tanica di vino di Cirò recuperata dal nonno di Giuliano, un uomo che ancora si commuoveva davanti a un comizio di Enrico Berlinguer registrato su musicassetta. Gli invitati erano un miscuglio riuscito tra l’area artistico-filosofica del DAMS, tre studenti Erasmus (due argentini e un boliviano) e una ragazza di Scienze Politiche che parlava solo per citazioni di Pasolini. Le pareti erano tappezzate di volantini. Da una parte, la propaganda: “UN’ALTRA ITALIA È POSSIBILE” in stampatello, con Fausto Bertinotti che sorrideva con la sua solita espressione da filosofo beat in pensione. 

Dall’altra, il contrasto surreale: un poster sbiadito con Prodi in bicicletta, accompagnato dallo slogan “L’Italia che pedala unita”, che sembrava più un invito a una gita scout che una chiamata alle urne. Sul giradischi suonava una cassetta con la voce di Lucio Dalla che cantava Com’è profondo il mare, ma ogni tanto saltava e finiva sul lato B con Caruso mixata a un intervento di Bertinotti sull’articolo 18. 

Fu durante quella serata – quando qualcuno propose di rifare La corazzata Potëmkin con pupazzi animati e dialoghi in calabrese – che scoppiò l’idea: i sudamericani dovevano essere reclutati. Non era chiaro per cosa, ma Giuliano aveva deciso. “Compagni,” disse, salendo su una sedia con la bottiglia di aranciata in mano come fosse un microfono ONU, “dichiaro ufficialmente Gonzalo, Federico e Ernesto membri onorari della FGCI. Frontiera tropicale dell’internazionalismo mediterraneo.” “Si può fare?” chiese qualcuno. “L’ha fatto Fidel con Che Guevara,” rispose secco Giuliano. “E poi Ernesto ha un nome perfetto.” I tre, confusi ma lusingati, accettarono. 

Da quel momento, Federico diventò responsabile delle relazioni culturali con l’America Latina (cioè metteva i dischi di Mercedes Sosa), Gonzalo fu nominato coordinatore del subcomitato Rock en Español y Marxismo e Ernesto tenne una conferenza sulla guerriglia urbana nei quartieri di Rosario, che in realtà era solo una lezione di calcio su come eludere la polizia durante le partite clandestine.

Nel frattempo, l’Italia era immersa nella campagna elettorale più confusa e teatrale dal 1948. Bertinotti girava l’Italia con giacchette bianche che facevano molto “socialismo caraibico in trasferta”, mentre Prodi sembrava impegnato in un remake di Ladri di biciclette diretto da Ermanno Olmi. “Io voto Fausto perché sa ascoltare,” disse la ragazza di Scienze Politiche, mentre appendeva al muro una foto in bianco e nero del subcomandante Marcos che fumava una pipa dentro un campo romagnolo ricostruito in scala da studenti di architettura.  

“E Prodi?” “Prodi è il nonno che tutti vorremmo, ma non ci comprerebbe mai le sigarette.” 

Seguì un attimo di silenzio riflessivo, quasi commosso, come se avessero davvero perso un’occasione affettiva con il Professore di Bologna. Ma subito dopo, come nei migliori momenti di sincretismo politico e alcolico, spuntò fuori – da uno zaino decorato con adesivi del MST brasiliano e della Coca Cola con scritta ¡Revolución! – una bottiglia misteriosa. L’etichetta era scritta a mano: “Ron Zapatista – Distillato clandestino delle montagne del Chiapas”. 

Nessuno sapeva esattamente chi l’avesse portata, ma nel salotto si fece silenzio. Giuliano, galvanizzato dalla visione onirica e dal grado alcolico della missione, sollevò la bottiglia e dichiarò: “Una bottiglia di rum zapatista, “compagni, oggi qui, in questo salotto prestato alla Rivoluzione, proclamo l’ingresso ufficiale dei nostri fratelli latinoamericani nella FGCI! Come membri onorari! Con pieni diritti e doveri!” I presenti applaudirono, più per entusiasmo che per comprensione. 

Da un'idea de Lu Farmacista de Terni

lunedì 27 giugno 2022

Segui la tua strada, Prometeo!


Ogni nome ha il suo destino si usa dire.

Eppure ce ne sono alcuni che possono davvero contribuire a rendere la tua vita diversa, sotto ogni punto di vista. Ve lo dico subito: il mio nome è Prometeo e sono qui per raccontare una storia. Il mio ruolo non è quello di narrare le cose che mi sono successe in un tempo passato, ma non dimenticato, spero. Prometeo. Oggi questo nome, è ricordato per il gesto che secondo uno dei miti più conosciuti diede all'uomo il dono del fuoco. Esistono innumerevoli figure di culto, personaggi ascritti alla leggenda e che sono stati consegnati alla storia, con pieno titolo e diritto. Eppure nessuno ha avuto lo stesso spazio di Prometeo. Sarà il fascino del ribelle con una causa, sarà che il coraggio qualche volta anche in questo mondo viene accolto con favore dalla critica militante. Forse mi sarei potuto accontentare di un posto come impiegato del catasto, di essere quindi un Titano qualunque, ma non sono scelte che ho fatto con cognizione. Io nemmeno volevo rubarlo il fuoco. E' stato tutto un malinteso e sono qui per spiegare le mie irragionevoli ragioni, se avrete la pazienza e il cuore di ascoltarmi. Prometeo è colui che riflette prima, ma anche qui devo per forza di cose dissentire e spezzare una lancia verso la tempestività e la consequenzialità di certi episodi che capitano durante la vita quotidiana. Io ad esempio stavo semplicemente facendo due passi quando è successa l'ira di Dio. In questo mondo però quasi mai abbiamo la possibilità di riparare ai nostri errori e di questo io sono l'esempio vivente. Vabbè, si fa per dire, eh! (Vivente, buona questa!) Che poi guardate com'è strana la vita, a volte. Ora voglio dire, io sarei quello che ha rubato il fuoco agli Dei per darlo al genere umano e pensate che qualcuno mi abbia ringraziato o pensato di sdebitarsi? Grande Giove, no! Ho fatto domanda per entrare all'Eni e sono stato scartato per non aver superato la prova orale. Mio figlio voleva diventare vigile del fuoco. Mandato via a pedate senza nemmeno troppe spiegazioni e cerimonie. Mia moglie mi considera a ragion vedute un fallito. La mattina quando esco di casa, dicendo che vado a cercare lavoro, lei mi grida dietro: Mi raccomando se a qualche dio cade il portafogli tu non raccoglierlo, ma soprattutto non fare niente. Cambia marciapiede e vai per la tua strada, Prometeo! Ho sentito dire che le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni, però cavolo che caldo che fa in quel tugurio. Sembra quasi un girone dantesco, a momenti! Ed è proprio quello che cerco di fare. Seguire la mia strada e farmi i fatti miei. Ma poi qualcosa avviene sempre, perché non c'è pace e non c'è giustizia per gli eroi classici su questo Pianeta. Mi capita quindi di dover soccorrere persone in difficoltà di ogni tipo. Qualcuno più in gamba di me una volta ha detto: il primo che attraversa il muro è sempre insanguinato. Ricordate: Nessuno ringrazia chi ha fatto il primo passo, nemmeno colui il quale ha inventato il primo giubbotto ignifugo della storia. Solitamente tutti rammentano chi ha organizzato e condotto quello che è venuto in seguito. Figuriamoci uno che ha rubato il fuoco agli dei. E questo il mio amicone Mangiafoco me lo rammenta ogni volta che ci si becca e si scambiano quattro chiacchiere in convivialità, magari degustando una buona grigliata fatta da lui! "Cambia marciapiede e segui la tua strada, Prometeo!" Me lo diceva sempre quel lazzarone di mio fratello. Conoscerete sicuramente Epimeteo. Il suo motto era sbagliando s'impara e pensando si perde tempo, o qualcosa del genere. Lui a differenza mia aveva deciso di non sposarsi. E' sempre stato il più furbo, tra noi due. Una cosa che diceva sempre era: non accettare caramelle dagli sconosciuti, men che meno dagli dei che si fingono grossisti di dolciumi. In effetti Zeus che era un tipo particolare aveva questo benedetto vizio di fingersi rappresentante di generi alimentari. Era un suo vezzo, non sto certo qui a giudicare il padre degli dei per questo. Nessuno è perfetto, sia chiaro. Ed Epimeteo questo lo sapeva bene, anche durante quel flirt con una certa Pandora, che sarà stata anche un gran tocco di donna, ma non brillava certo per acume e sagacia. Del resto la vita è fatta anche di queste cose, dicono. Mio fratello è sempre stato un bonaccione, anche se non era certo una persona di manica larga. Sì, insomma era un po' taccagno, con il braccino corto, ma questa è un'altra storia. ogni nome come si dice ha il suo destino, incluso il mio. Però vi giuro che la prossima volta, cascasse il mondo e l'Olimpo, non mi farò fregare. Non ruberò più il fuoco agli dei, cercherò piuttosto di trovare un buon lavoro, una raccomandazione o una mano dall'alto. Perché in fondo, qualche pezzo grosso, tutti lo conoscono in questo mondo. Farò la mia parte, cambiando marciapiede per evitare altri guai, rigando dritto se occorre, senza pestare i piedi a nessuno. Men che meno a un iracondo come Zeus, per Diana! Ve lo posso garantire. Parola di Prometeo.



Dario Greco 

domenica 4 luglio 2021

Sacripante rifiuta il contratto indeterminato

 


Prima di iniziare a raccontare la mia storia stabiliamo un punto.

Si usa dire che gli uomini grandi e grossi, dal cipiglio fiero e temibile raramente abbiano anche doti d'intelletto e di acume memorabili. Sarà anche vero, ma vorrei farvi notare una cosa che forse vi sarà sfuggita.  In giro è pieno di nani da giardino scappati di casa, anzi scappati dal giardino, con sentimenti ambigui di rivalsa verso un mondo che non può appartenergli. Quello di uomini come me. Da qui nasce la retorica dell'uomo grande grosso e buono e del fatto che chi invece sia basso abbia dalla sua intelligenza e rapidità di pensiero. Non ho nulla contro i brevilinei, anzi alcuni dei miei amici lo sono e vi dico che ho sempre trovato assai piacevole la loro compagnia. Questo però non significa che noi giganti non si abbia dei sentimenti, delle aspirazioni e delle ambizioni. Ecco perché ho deciso di uscire allo scoperto e raccontarvi la mia storia esplicativa. Sul fatto che oggi si utilizzi il mio nome come aggettivo, per indicare un uomo di forza smisurata, che incute paura, o una persona vanagloriosa devo dirvi che non mi appartiene molto. Personalmente non mi identifico con nessuna di queste caratteristiche, anzi! La colpa ovviamente è di quel manigoldo di un Ariosto, uno che nella vita ha sempre osservato con distacco dall'alto della sua torre d'Avorio ciò che a noi poveracci capitava, incluse le nostre mirabili peripezie. E naturalmente c'era tra di noi, in compagnia, chi aveva un debole per la propria zia, come ad esempio il validissimo e notevolissimo Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen, meglio noto come il Barone di Münchhausen, o semplicemente Barò, per via della sua abilità nel gioco del ramino cavallino, ma questa è un'altra storia, e non ho tempo per raccontarvela adesso.

Mi rivolgo fondamentalmente alle agenzie interinali, a chi si occupa di risorse umane e alla figura lavorativa del Recruiter: ma è mai possibile che nell'anno domini 2021 ci sia ancora gente che giudica il libro esclusivamente dalla copertina? Ebbene sì, io ero in cerca di lavoro, qualche tempo fa, prima di avere la brillante intuizione durante una proficua conversazione con il mio collega Lancillotto, di mettermi in proprio e fondare la mia agenzia di bodyguards. Dicevo: ci sia stata una volta durante un colloquio di lavoro in cui il Recruiter si fosse preso la briga di leggere bene il mio CV e di chiedermi qualcosa sul mio percorso di studi. Eppure ho conseguito una laurea in economia e commercio con il massimo dei voti. La mia tesi verteva infatti sui problemi di politica economica nella tradizione del ciclo carolingio e del ciclo bretone. Una cosa che modestia a parte, venne salutata per acume e intuizione dal mondo accademico dell'epoca. Va bene, è passato un po' di tempo, ma io ho continuato a studiare per conto mio, a tenermi aggiornato, a leggere ogni saggio meritevole sulla spinosa questione dei poeti cortesi e dei giullari, mica liuti di poco conto! 

Suvvia, volete davvero sostenere che non vi sia del pregiudizio e della diffidenza verso una persona di stazza notevole? Per bacco, ne sono la prova vivente e lampante, io! Questo mi ha portato a rifiutare un bel posto come responsabile della sicurezza nel più aristocratico ristorante meneghino, Da Giannino, luogo di ritrovo preferito di calciatori, modelle e politici. Uno stabilimento balneare per la cosiddetta crème de la crème della nuova Milano da bere. Peccato che io sia astemio. Nella vita la cosa più importante è fare squadra, avere un gruppo di persone determinate e pronte a seguirvi, Boiardi che non siete altro!

Jung sosteneva che nella vita nulla è possibile senza amore. Perché solo l'amore predispone a rischiare tutto. Lo so bene io, che sono stato denunciato per stalking da Angelica. Ma questo non mi ha impedito di amarla a modo mio, seppur a distanza. Diciamo che è stato un rapporto principalmente epistolare, peccato non abbia mai scoperto il suo reale indirizzo. Ma lasciamo stare, del resto ha ragione la canzone: tutto l'universo obbedisce all'amore. Bisogna muoversi come ospiti pieni di premure con delicata attenzione per non disturbare ed è in certi sguardi che si vede l'infinito. Come puoi tenere nascosto un amore ed è così che ci trattiene nelle sue catene.

Ora torno a occuparmi delle mie faccende, anche perché l’agenzia di bodyguards Ronald Fast and Furious non si gestisce certo da sola e so bene che non posso troppo fidarmi del mio socio Lancillotto. Quello avrà sicuramente altre gatte da pelare e da scopare, in questo preciso momento. Tocca quindi al vostro amato Sacripante, togliere le castagne dal fuoco. E con questo caldo non è certo cosa di tutti. Diciamo pure che è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare: ovvero il sottoscritto. Ma sapete come sono fatto, non mi lamento. Trattengo il fiato e mi getto a capofitto in questa ennesima avventura. Del resto il mio personaggio è stato concepito per questo. Non sono altro che un diversivo, rispetto al cuore pulsante della Storia. Tutto sommato poteva andarmi peggio. Sarei potuto finire nell’Opera dei pupi siciliani. E lì sì che sarei diventato una marionetta, un Paladino senza possibilità di redenzione. Come dice Bob Dylan, solo una pedina nel loro gioco. Only a pawn in their game.

Peppario


Disegno a matita di Mauro Longo

sabato 3 luglio 2021

Satana riceve l'ordine di sfratto da Dio



“È meglio regnare all'Inferno, che servire Kinder Paradiso.”

Mia madre è sempre stata una persona timorata di Dio. Durante la mia tormentata infanzia non c'era una volta in cui cadendo e sbucciandomi un ginocchio ella non affermasse: - Oh, povero Angelo! Sei caduto? Ti sei fatto molto male? No, Madre, questo non è niente rispetto al dolore e all'angoscia che sento irrompere nelle mie viscere. Sapete, sono sempre stato un discolo, un bimbo pestifero. Perciò se siete qui per sentire una storia di redenzione, di perdono o di ammissione delle proprie mancanze, vi avverto: girate i tacchi e cambiate aria. Qui non c'è posto per il rimpianto. Qui c'è da discutere solo le ragioni per cui ho ricevuto un ordine di sfratto esecutivo. Sappiate che ci sono tante versioni su questa vicenda e quello del piano di sopra ti fa una testa enorme con il discorso di rimettere a noi i nostri debiti. Ma in pratica i suoi scagnozzi sono dei semplici aguzzini senza ritegno. La parte lesa in questa vicenda sono io. Un povero Diavolo come tanti, che non mena il can per l'aia e che tenta faticosamente di sbarcare il lunario, facendo quello che può e troppo spesso ciò che deve. Sapete in questo strano pazzo mondo ci sono troppe cose che vengono dimenticate, omesse o fraintese. Ve ne indico qui di seguito un po', così vediamo di capirci e di sintonizzarci sulla giusta frequenza. Una trasmissione radio per gli inferi, quindi se sentirete più in là dei crepitii o quel tipico suono di uova che friggono, non tentate di sistemare il vostro apparecchio radiofonico. Gli effetti speciali qui sono tutti miei e non vi sto chiedendo un surplus né la sottoscrizione di alcun abbonamento premium. Si usa dire che faccio degli strani patti e che ho un senso della vendetta e della giustizia mefistofelica. In realtà le cose vanno in un altro modo, precisamente vanno all'Inferno! Se siete mai stati nel sud della Calabria, saprete a cosa mi riferisco. Altrimenti ascoltate e fate poco baccano, che qui quello che ha un diavolo per capello sono io, specialmente da quando Cesare Ragazzi mi sta tampinando per un trapianto di bulbi peliferi. È sbagliato confondere la tenerezza con la debolezza. Il silenzio con la distrazione, il garbo con la fragilità. Serve invece uno sguardo e una visione più profonda e vigile per comprendere e notare queste sottili differenze. Sono le distanze che sovente mi separano dal resto della società, dei miei coetanei, colleghi o rivali. Non cerco amici, ma nemmeno sono pronto al confronto agguerrito. Spesso la sola arma che mi resta tra le mani è la diffidenza. Girarmi dall'altro lato, facendo finta di non vedere, di non sentire e in casi più estremi di non capire. Però a volte diventa faticoso evitare uno sguardo, un gesto poco civile, affatto educato. Convivere non è di tutti, ma il mondo non per questo appartiene di più ai violenti che alle persone dotate di gentilezza e sensibilità. Tutt'altro, ve lo posso assicurare. Parola di Satana. 

Ci sono due modi di raccontare una storia. Voi finora avete appresso il metodo più noioso e convenzionale, quello di trombe del giudizio universale e di cori angelici eterei e snervanti, pieni di melassa e di vacuità. Falsi. Io invece come produttore musicale ho sperimentato tutta la gamma di percussioni, zoccoli di cavalli pazzi che corrono sul baratro dell'umanità e chitarre incendiarie senza possibilità di redenzione. Anche la voce l'ho trattata con lo stesso criterio e non per vantarmi ma ho ricevuto ottimi feedback dai migliori produttori che l'umanità abbia mai conosciuto. Ok, non sono un grande appassionati di organi, quelli li lascio volentieri a San Pietro, a Ray Manzarek e a Johann Sebastian Bach. Nella vita, se ci riflettete bene, è importante il sacrificio, la ribellione, l'ambizione e l'orgoglio. Si dice che l'orgoglio preceda la paura. Io non so se è vero, ma posso dirvi che non ho mai amato i soprusi né i politicanti che cercano di coinvolgerti nella loro causa, ma raramente ti danno ascolto quando sei tu a chiedere. O pensate che realmente il Padreterno abbia forgiato questo pazzo strano mondo tutto da solo?

Si è servito di società che fanno subappalto e sono stati utilizzati gli stessi metodi di lavoro che avevano ideato per Saturno Contro, Mercurio, Marte e quella suadente e tenebrosa Venere. Io lo so perché ero presente durante una delle loro inutili e noiose riunioni. La mia società di appalto è stata fatta fuori, per motivi fiscali, dicono loro. Io sapete invece come la penso? Meglio regnare all'Inferno con l'aria condizionata a palla che servire Kinder Paradiso. Che poi a volerla dire tutta, dovete sapere che sono state messe in giro delle voci sul mio conto che non corrispondono a verità. Primo: non è vero che ho una risata satanica. Mi capitò un paio di volte dopo aver bevuto troppo di vedere qualche commediola leggera hollywoodiana e lo ammetto, non resisto all'umorismo di Ben Stiller e Owen Wilson, ora questo fa di me un grande peccatore? Bene, lo accetto senza problemi, ma resta il fatto che San Pietro e tutti quei parrucconi sono andati in giro a raccontare un sacco di fregnacce. Non ho affatto gli zoccoli da caprone. Porto degli stivaletti fatti a mano elegantissimi. Sono loro che si ostinano a non andare da un oculista nonostante le cataratte. Ci sarebbe poi sta storia triste delle corna. Ok, lo ammetto sono sempre stato un fan dei Prodigy e mi faceva impazzire il look di Keith Flint. Ma cavolo, era solo un costume di Halloween. Questo per farvi capire il livello di mistificazione e di macchina del fango che manco i nazisti con gli ebrei avevano saputo concepire. Perciò va bene, ammetto sono un tipo sofisticato ed eccentrico e mi piace la bella vita. Dovrei forse vergognarmene? 

Almeno non sono un ipocrita. Non ho mai detto al prossimo che la vera essenza della vita sta nel sacrificio. Per me sono tutte balle! Sostengo invece che la giovinezza, la bellezza sono il tempo della costruzione, motivazioni per cui è necessario e giusto lottare, competere. Ok, sono una persona competitiva e mi piace anche scommettere sugli eventi sportivi. Specialmente le corse dei cavalli, ma questa è un'altra faccenda. E vi giuro pagherò tutti i debiti, prima o poi. Quannu mi cadanu i sordi da 'a sacchetta, come si usa dire da queste parti. Sono un medio peccatore, ma almeno non sfrutto la retorica per dire che non si arriva da nessuna parte senza sacrificio. Voglio dire chi lo sostiene è anche un grande nepotista e familista. Fatevi due conti, perciò. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni la realtà. Io non ho inseguito il successo, ho seguito la vita, cercando di capire dove mi trovavo e perché. Alle volte mi sembrava di viaggiare a bordo di un treno diretto verso la Gloria Eterna. Eppure io non ero qui, mi spostavo come una nuvola nel cielo, in una calda infernale mattina di luglio, dove la speranza era alta e il sole scaldava la fronte di chi come il sottoscritto, aveva ancora piena fiducia nei propri mezzi. Questo mondo era la mia speranza, il futuro un biglietto di sola andata per l'inferno da vidimare. Parola di un povero Diavolo sotto sfratto esecutivo come tanti.

Peppario