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venerdì 12 dicembre 2025

Una cosa che ho imparato se voglio vincere un quiz


Il programma “Chi Vuol Essere, Ma Non Troppo” andava avanti da quindici stagioni e si reggeva soprattutto sull’impreparazione dei concorrenti e sull’enfasi teatrale del conduttore Virgilio Sbruffi. Quella sera il concorrente Ernesto Baggiani, grafico trentenne e amante delle emozioni purché non comportassero rischi reali, era arrivato alla domanda da cinquantamila euro: quale filosofo greco avesse pronunciato la massima “Conosci te stesso”. Eraclito, Talete, Solone o Diogene. Ernesto sbiancò, il pubblico trattenne il fiato, e Sbruffi si dilungò in uno dei suoi silenzi drammatici finché Ernesto, disperato, annunciò che voleva usare l’aiuto da casa. Tutti si aspettavano che chiamasse un parente, un amico, un collega; invece con un tono solenne e ingenuamente suicida dichiarò: “Telefono al professor Massimo Cacciari”. Un’ondata di stupore attraversò lo studio: alcuni applaudirono, altri fecero versi di terrore, e un tecnico si segnò come davanti a un fenomeno sovrannaturale.

La telefonata partì e dopo tre squilli rispose una voce cavernosa: “Pronto”. Ernesto, sudando, annunciò chi era e da dove chiamava, chiedendo aiuto per la risposta. Seguì un silenzio denso, poi il professore esplose in un fraintendimento indignato: “Lei mi chiama ADESSO per una domanda da quiz? Ma mi scusi, lei possiede un cervello funzionante o l’ha messo in pausa per la serata?”. Il pubblico, censurato dalla regia, tratteneva le risate. Ernesto tentò di ripetere la domanda ma il professore continuò a inalberarsi: “Ridurre la tradizione filosofica greca a quattro letterine in un quiz! Ma cos’è questa roba? Ma lei deve STUDIARE, capisce? Studiare!”. Ogni parola era una grandinata metafisica. Il tempo scorreva inesorabile mentre Cacciari denunciava la decadenza dell’Occidente, l’ignoranza televisiva e, implicitamente, anche il povero Ernesto. Quando questi, tremante, chiese almeno un’indicazione rapida, il professore diede il colpo finale: “Sbagli! Sbagli pure! Lezione utile solo se fa male!”. Poi la linea cadde, o forse fu il professore a chiuderla, o forse ancora la realtà decise di interrompersi per autodifesa. Il tempo era scaduto. Ernesto aveva perso la domanda, il premio e circa dieci anni di serenità interiore. Sbruffi gli posò una mano sulla spalla e cercò di consolarlo: “Coraggio, Baggiani, nessuno sopravvive davvero a una sfuriata di Cacciari”.

A fine puntata, mentre lo studio veniva smontato, Ernesto rimase immobile vicino al podio, come se ancora sentisse il rimbombo delle parole del professore nei timpani. Un autore si avvicinò e gli spiegò con tono paterno che esiste una regola non scritta: puoi chiamare l’amico intelligente, il parente confuso, perfino il cugino che sbaglia tutto; ma MAI devi chiamare Massimo Cacciari, perché significa evocare un temporale filosofico che travolge tutto. Ernesto annuì, sconfitto ma un po’ più saggio, e capì la lezione. 

In fondo la morale è semplice: se sei concorrente di un quiz a premi e hai l’aiuto da casa, non rivolgerti al professor Massimo Cacciari. Pè provocà!


Peggio che andar di notte

Peggio che andar di notte

Il signor Menicucci, persona di specchiata correttezza e moderato entusiasmo per la vita, una mattina si svegliò con la sensazione che qualcosa stesse per andare storto. Non terribilmente storto, solo appena un po’, quel tanto che basta a rendere la giornata interessante per chi la vive e leggermente fastidiosa per chi la ascolta raccontare.

Aprì la finestra e si trovò davanti un cielo di un grigio così incerto che non sembrava decidere se voleva piovere, schiarire o dichiararsi neutrale. «Ottimo», commentò Menicucci, «un cielo indeciso mi somiglia». Mentre si allacciava le scarpe, si accorse che una delle due aveva deciso di farsi trovare già slacciata, come se avesse capito che quel giorno non avrebbe sopportato neanche il minimo sforzo.

Quando uscì di casa, inciampò in una foglia secca. Non una radice, non un gradino, non il cane del vicino. Una foglia. «È già peggio che andar di notte», borbottò, non sapendo bene perché. Non era mai andato di notte in alcun luogo particolarmente problematico, ma gli avevano assicurato che la formula si applicava a qualunque situazione infelice.

Camminando verso l'ufficio, incontrò la signora Dombasini, veterana del quartiere e commentatrice non ufficiale del comportamento altrui.
«Signor Menicucci, ha una faccia!» disse lei, come se la faccia fosse un accessorio opzionale.
«Giornata difficile…»
«Poverino. Peggio che andar di notte, eh?»
«Proprio così», rispose Menicucci, felicissimo che qualcuno confermasse le sue intuizioni linguistiche.

Arrivò alla fermata dell’autobus proprio mentre l’autobus si allontanava con aria di chi ha altri impegni più importanti. Menicucci gli corse dietro per tre passi, abbastanza da far credere agli astanti che ci tenesse davvero, ma non abbastanza da sudare.
«Poteva andare peggio», disse a un ragazzo che stava lì.
«Come?»
«Poteva essere notte.»
Il ragazzo lo guardò come si guarda uno che racconta un proverbio senza garanzia di funzionamento.

All’ufficio lo accolse il collega Serafin, noto per il suo entusiasmo ad ansa invertita: più gli succedevano cose buone, più diventava pensoso.
«Menicucci, non abbiamo internet.»
«Ah.»
«E il telefono non funziona.»
«Capisco.»
«E il capo è entrato urlando che oggi vuole efficienza.»
«Meraviglioso», concluse Menicucci. «Siamo ufficialmente peggio che andar di notte.»

A quel punto Serafin si sentì autorizzato a credere che l'espressione fosse una notizia meteorologica, quindi prese la giacca. «Se siamo peggio che andar di notte, io vado a prendere un caffè.»

Durante la pausa, Menicucci pensò che forse sarebbe stato utile capire davvero cosa significasse l’espressione. La sua curiosità pratica lo portò a chiedere al barista:
«Scusi, lei cosa intende quando dice peggio che andar di notte?»
Il barista, che prendeva le domande filosofiche come complimenti alla qualità del suo caffè, rispose:
«Vuol dire che va tutto a tentoni. Senza luce. Senza sapere dove si mette il piede.»
«Ah, quindi metaforico.»
«Sì, ma anche letterale. Si ricordi che la notte si inciampa più spesso.»

Menicucci annuì. In effetti, la metafora della notte gli sembrava coerente con la foglia secca, l’autobus fuggitivo e l’internet assente. Tutto rientrava in una certa logica pessimista ma ordinata.

La giornata proseguì tra piccoli disastri di routine: la stampante decise di produrre fogli bianchi con la presunzione di essere comunque utile, il capo pretese una relazione che Menicucci non ricordava di aver mai promesso, e qualcuno rubò l’ultimo yogurt al pistacchio dal frigorifero comune. Nessuno confessò il furto, nonostante un interrogatorio spontaneo e gentile condotto dallo stesso Menicucci sotto forma di «se per caso siete stati voi, non preoccupatevi, ma lasciatemi un post-it».

Al tramonto, che era solo un’alba al contrario ma più stanca, Menicucci tornò a casa. Aprì la porta, entrò, si guardò intorno. Tutto era al suo posto, tranne il gatto, che lo guardava con quell’aria da filosofo domestico capace di stabilire la graduatoria delle sciagure con un solo miagolio.

«Be’, caro gatto», disse Menicucci slacciandosi finalmente la scarpa ribelle, «oggi è andata così. Peggio che andar di notte.»
Il gatto lo fissò immobile, poi si voltò e si allontanò con dignità, come se volesse ricordargli che lui, la notte, ci andava spesso e senza mai lamentarsi.

Menicucci sorrise. Si versò un bicchiere d’acqua, a cui l’acqua rispose uscendo dal bicchiere con un entusiasmo imprevisto. Asciugò tutto con rassegnazione e una punta di orgoglio, perché ormai era un esperto dell’argomento.

«Eppure», pensò, «se questa è la notte, ci si vede anche abbastanza bene.»

E concluse che, forse, peggio che andar di notte è solo un modo per dire che ci capita di inciampare nelle nostre stesse foglie secche, mentre la vita ci osserva con l’aria di chi ne sa di più e non ce lo dice.

E nonostante tutto, si può sempre tornare a casa senza bisogno di una torcia.

domenica 7 dicembre 2025

Il Paziente Negativo che diventò Positivo, in senso Negativo

Un paziente attende gli esiti medici e telefona al dottore che però è in galleria, creando una catena di equivoci irresistibili: mesi di vita che cambiano a ogni interferenza, diagnosi ribaltate e il paradosso medico tra “negativo” e “positivo”. Un racconto ironico nello stile di Calvino e Campanile.


Quando il telefono squillò, il signor Malesani era seduto composto sulla sedia del soggiorno, con le mani intrecciate sulle ginocchia e la postura di chi attende un verdetto cosmico. Da tre giorni viveva sospeso in una sorta di nebbia mentale, come una marionetta lasciata a mezz’aria. Si era persino dimenticato di spegnere la moka, che ora ribolliva oltre ogni ragionevole limite. Prese il telefono con l’aria di chi compie un gesto irreversibile. «Pronto? Malesani.» 

All’altro capo della linea sentì un fruscio che sembrava il respiro di un animale marino. Poi una voce, troncata, risucchiata, stiracchiata come un nastro magnetico difettoso. «Sì… Malesani… sono io. Allora, ho qui gli es…» Il signor Malesani si irrigidì. Gli “es…” potevano essere esami. O esiti. O esalazioni. Nel dubbio, trattenne il fiato. «Mi dica, dottore… sono pronto.» Seguì un altro fruscio, poi un boato cupo, come quello di una montagna che inghiotte un villaggio. Forse il dottore era in galleria. O nella bocca di un drago. Era difficile distinguere. «Allora… il risultato è… nega…» Poi silenzio. Solo un fischio lontano. «Negativo?» chiese il signor Malesani, sperando di non risultare troppo speranzoso. La voce del medico esplose in un singhiozzo metallico: «…tivo, sì! Nega… ti… vo.» Il signor Malesani spalancò gli occhi. 

Le mani gli caddero in grembo come due asciugamani bagnati. Possibile? Era salvo? Un’ondata di gioia gli attraversò la pancia come un’anguilla illuminata. «Ma allora, dottore, sto bene?» «Asp… no… non… bene… brut…» Ecco. Tutto nuovamente in frantumi. «Brut…» poteva essere brutto. O bruttissimo. O brutale, il che era peggio. Nel dubbio, tornò a sentirsi morire. «Dottore? Non la sento. Che significa brut…?» 

La voce ritornò, ma spezzata in sillabe che parevano uscite da un trattato di fonologia extraterrestre: «Brut… bri… brioche.» «Brioche?» fece il signor Malesani, aggrappandosi alla parola come a una ciambella in mezzo all’oceano. «No! Accidenti, la galleria… dicevo: brutto seg… seg…» «Segno?» domandò il signor Malesani, ora con il tono di chi sta facendo un cruciverba nel mezzo di un terremoto. «Segnale! Non sento… niente… mi sposto…» Fruscio. Esplosione. Una voce distante: «Ginocchia…» «Ginocchia?» ripeté Malesani, ora convinto che il suo corpo stesse cedendo più rapidamente di quanto immaginasse. «No… no… picco… picc… picchi…» «Picchi?» suggerì, sempre più inquieto. «Picchi… picchietto il telefono! Nulla, non va… Aspetti un…» Poi un taglio improvviso. Silenzio totale. Come quando in un teatro gli attori si immobilizzano e il sipario si blocca a metà. Il signor Malesani rimase così, come sospeso sopra un abisso, finché il telefono squillò di nuovo. «Pronto?» «Sì, Malesani… sono uscito dalla galleria… allora, le dicevo… la situazione… è… pos…» La parola “pos” gli arrivò addosso come un camion carico di mattoni. Pos… positivo? Posizione? Possibile? Possibilmente negativo? L’ambiguità linguistica diventò per lui una lama a doppio taglio, oscillante sopra la testa. «Pos… cosa?» chiese con un filo di voce. «Posi… ho posizionato il telefono vicino al finestrino. Ora si sente meglio?» 

Il signor Malesani strinse i denti. «Sì, ma mi dica dei miei esami. La prego.» Il dottore tossicchiò. Intravide nello sfondo un colpo di vento, forse il treno entrava in un’altra cavità geologica. «Dunque. La prima cosa da dire è che il quadro… è… com… con…» «Come?» chiese Malesani, ansioso. «Consistente.» Il paziente si immobilizzò. “Consistente” suonava come la descrizione di un sugo, non di una vita umana. «Consistente… in che senso?» «Ah, no, scusi. Mi riferivo ai fogli. Sono tanti. Vento… cadono… accidenti.» Seguì un rumore come di carte che volavano nella corrente di un fiume sotterraneo. «Dottore, la prego… io non ce la faccio… ho bisogno di sapere.» La linea frusciò come la coda di un serpente. «Allora… il primo referto dice che c’è… una… les…» Lì fu Malesani a saltare dalla sedia. «Les? Lesione? Lesso? Leso?» «Les… leeeeggerrr…» «Legger… leggero?» domandò con un filo di speranza. «Leggermente… sospetto.» Il mondo gli cadde in testa come una cassa di mandarini. «Sospetto? Cioè… pericoloso?» «No! No! Sospetto nel senso che… potrebbero esserci… segni… compat… compa…» «Compatibili con cosa?» L’attesa gli stringeva la gola. «Compatibili con… compatibili con… dalle analisi non emerge nulla di conclusivo. Bisogna contestualizzare.» Il signor Malesani restò muto. Una specie di ottimismo e di terrore si mescolavano in lui in modo del tutto disordinato, come una macedonia preparata da un ubriaco. Poi il dottore aggiunse: «Comunque non si preoccupi. Peggio di così…» Silenzio. 

Quel “peggio di così” non fu completato, perché il treno entrò nuovamente in galleria. E così, per oltre un minuto, il paziente rimase a contemplare l’ipotesi di avere pochi giorni, forse ore, o forse millenni di vita. Poi la linea tornò, ma con un gracchiare apocalittico. «…o un mese di vita…» Il signor Malesani cadde dalla sedia. «UN MESE?» «Cosa? Non ho detto un mese! Ho detto: “Ho messo via la cartella vita-natural-durante”. È un archivio elettronico. La parola “vita”… ha frainteso tutto.» «Ah.» Malesani aveva il cuore che picchiava come un tamburo di guerra. «Quindi non morirò tra un mese…» «Ma no! Si figuri! Chi glielo ha detto?» «Lei! Adesso! Poco fa!» «Io? Ma se non riesco neanche a sentire me stesso…» La vicenda prese un’altra piega quando un nuovo rumore intervenne: un boato seguito da un sibilo. «Oh, accidenti… adesso… sem… sembra che avrà… sei mesi…» «SEI MESI?» Malesani si coprì la bocca. «Cosa? No! Ho detto: “Il treno si è messo a... sei mesi fa non funzionava così l’impianto audio”. Non capisco come abbia fatto a capire il contrario.» Il paziente, stordito, si sedette con la sensazione che la realtà fosse diventata un elastico tirato troppo forte. «Dottore… la imploro… mi dica chiaramente… quanto… quanto mi resta?» Il dottore inspirò rumorosamente, come chi sta per dire una verità scomoda. «Secondo me… un anno.» 

Il signor Malesani svenne. Poi rinvenne per ragioni puramente narrative. «Un anno?» «Sì, un anno. Cioè… un anno fa ha fatto un controllo simile e non era cambiato nulla. Lo sto confrontando.» «Ah.» Il mondo del signor Malesani oscillava avanti e indietro come un pendolo impazzito. Quando la voce del medico si interruppe di nuovo, la sua immaginazione iniziò a suggerirgli scenari sempre più assurdi: funerali anticipati, iscrizione a corsi accelerati di filosofia orientale, la necessità di vendere il divano-letto. L’intera esistenza sembrava ora un mobile IKEA montato al contrario. Il telefono squillò ancora. «Mi scusi… ora la linea è stabile. Senta: i suoi esami sono… nega…» «Ancora negativo? Ma prima era positivo! O sospetto! O consistente! Dottore, la prego… io sto impazzendo.» «No, Malesani, ascolti: i suoi esami sono “negativi in senso positivo”.» «Come scusi?» «Sono negativi… cioè buoni. Tutto a posto. Nessun problema. Lei sta bene.» Il signor Malesani si immobilizzò. Il suo cervello, ormai trasformato in un labirinto di linee telefoniche immaginarie, cercò di processare la frase. «Quindi… non ho nulla?» «Proprio così.» «E il mese di vita?» «Fraintendimento.» «E i sei mesi?» «Fraintendimento doppio.» «E l’anno?» «Archivio elettronico.» «E la les…» «Lesione? Mai esistita. Volevo dire leggerissima variazione, poi il treno ha fatto un rumore mostruoso e ho perso il filo.» Il signor Malesani respirò, finalmente, come se fino a quel momento avesse inspirato aria con il contagocce. «Quindi… posso considerarmi… sano?» «Sano come un pesce, Malesani. E a proposito…» Nuovo fruscio. Un rumore sordo. Poi: «…pesce… morto…» 

Il signor Malesani lanciò un urlo degno di un melodramma barocco. «MORTO?» «Che morto! Stavo dicendo: “Pesce… morto di invidia”. È un’espressione che uso quando uno sta benissimo. Ma lasci perdere, ogni volta che parlo entra un tunnel.» Il paziente chiuse gli occhi, massaggiandosi le tempie. «Dottore… posso chiederle un favore?» «Certo.» «Non mi telefoni mai più mentre è in galleria.» «Ha perfettamente ragione. Anzi, ho un’ultima cosa da aggiungere…» Il signor Malesani sogghignò, ormai pronto a qualunque apocalisse telefonica. «Dica pure.» «Il suo stress è alle stelle. Le consiglio qualche giorno di vacanza.» «Pos… negativo?» chiese Malesani, per sicurezza. 

Il medico rise. «Positivissimo.» E la linea, per la prima volta in tutta la giornata, si chiuse in maniera perfetta e limpida. Come un esito veramente negativo, quindi finalmente positivo!

venerdì 19 settembre 2025

Finite le ferie, arrivano i clown

 


Capitolo 1 – Il maestro influencer di Pontedera

Il maestro di arti marziali di Pontedera non era un tipo qualsiasi. Si chiamava Maurizio, ma sui social aveva deciso che il suo nome d’arte fosse Sensei Dragonfire 77, perché “Bruce Lee non avrebbe mai usato un nome banale da anagrafe comunale”. Era permaloso come un gatto che ti graffia se gli tocchi la coda, ma in fondo buono come il pane. Il problema era che, quando qualcuno non la pensava come lui, scattava subito l’offensiva digitale: “Te sei un clown, punto e basta. E io con i clown non ci parlo”.

Il suo tormentone, “clown”, ormai era diventato leggenda. C’era chi sosteneva che un giorno l’avrebbe stampato pure sui kimono della palestra. E forse lo avrebbe fatto, se solo non fosse stato troppo occupato a litigare nei commenti sotto i post del Comune di Pontedera.

Ogni mattina, dopo il cappuccino e la schiacciata con l’uva, accendeva il telefono e iniziava la sua battaglia quotidiana: un duello social contro politici, tifosi di calcio e aspiranti filosofi da tastiera. Nel suo mondo, i social non erano un passatempo, ma un dojo digitale, dove l’onore si difendeva con le emoji arrabbiate e le GIF di Bruce Lee.

Maurizio non amava il calcio. Non lo sopportava. Diceva che era il vero motivo per cui l’Italia stava andando a rotoli: troppa gente a guardare le partite e nessuno a studiare le tecniche del Wing Chun. Ogni volta che qualcuno provava a spiegargli che il calcio “unisce il popolo”, lui sbottava:
— Unisce? Unisce cosa? I clown allo stadio con la birra in mano!

In quel momento alzava le braccia come se stesse recitando una scena di Tarantino, convinto che la sua vita fosse una lunga pellicola di arti marziali girata tra la Valdera e Hollywood.

Capitolo 2 – Clown, Joker e King

Il maestro era convinto che la società intera fosse popolata da clown, come in un romanzo di Stephen King. A volte diceva ai suoi allievi più giovani:
— Ragazzi, vi ricordate It? Ecco, quella roba lì non era fantasia. È un documentario sulla realtà italiana.

Gli studenti ridevano, ma lui non stava scherzando. Al contrario, aggiungeva:
— Io li vedo ovunque. Al bar, in televisione, persino a fare la fila alla posta. Pagliacci! Tutti con i nasini rossi invisibili!

Un giorno un allievo gli fece notare che anche il Joker di Batman era un clown. Il maestro si fermò, incrociò le braccia e rispose:
— Joker almeno ha un codice morale. Malato, ma ce l’ha. Qui invece siamo circondati da clown senza arte né parte. Non hanno nemmeno il fascino del male.

In quei momenti sembrava un predicatore apocalittico, un po’ comico, un po’ tragico, come un personaggio secondario di C’era una volta a Hollywood che però si credeva protagonista.

La sua palestra era piena di poster di Bruce Lee, il suo mentore spirituale. Ogni volta che citava il Maestro, la sua voce cambiava tono. “Be water, my friend”, diceva, anche se poi, due minuti dopo, insultava un utente su Facebook perché aveva scritto che il sushi non era granché.

Le discussioni digitali erano epiche. Una volta litigò per 72 commenti consecutivi con un tifoso della Fiorentina che lo aveva preso in giro dicendo: “Oh Sensei, ma un ti guardi mai una partita?”. Maurizio, furibondo, aveva risposto con un lungo papiro filosofico in cui sosteneva che Bruce Lee avrebbe rotto tutti i palloni con un calcio volante pur di salvare i giovani dall’ignoranza. Alla fine, concluse con il suo solito: “Te sei un clown”.

I follower, divertiti, iniziarono a commentare con GIF di clown ballerini e faccine buffe. Involontariamente, il Sensei stava diventando virale.

Capitolo 3 – Il dojo social e la lotta finale

La palestra del maestro non era grande: due stanze, un tatami consumato e un piccolo ufficio dove teneva la telecamera sempre pronta. Perché ogni allenamento diventava anche contenuto. Lui lo diceva spesso:
— Oggi senza social non sei nessuno. Io vi insegno il Kung Fu, ma vi insegno anche a combattere gli haters.

Il suo sogno era fare un film alla Karate Kid, ma ambientato a Pontedera. Il protagonista sarebbe stato un ragazzino spaesato che trovava nel maestro Dragonfire 77 la guida spirituale. Solo che invece di combattere contro Cobra Kai, si sarebbe scontrato con una gang di ultrà del Pisa Calcio. “La vera lotta è culturale”, diceva il Sensei. “Il nemico non è un dojo rivale, ma l’ignoranza collettiva… e i clown”.

Una volta si spinse ancora oltre. Fece un video su TikTok, vestito con una maschera da clown che aveva comprato al mercato, per denunciare la decadenza del Paese. Con tono drammatico, urlava:
— Finite le ferie, entrino i clown! Ma io non mi arrendo! Io combatterò fino all’ultimo like!

Il video ebbe 50.000 visualizzazioni. Alcuni ridevano, altri lo prendevano sul serio, ma tutti condividevano. Nel suo piccolo, Maurizio era diventato una celebrità. Persino un giornalista locale gli dedicò un articolo: “Il maestro di arti marziali che combatte i clown sui social”.

Eppure, quando la sera chiudeva la palestra, rimaneva da solo a guardare un vecchio DVD di Bruce Lee. Lo guardava con occhi lucidi, come se stesse parlando direttamente a lui.
— Maestro, io ci provo, ma questi clown mi fanno uscire di testa.

La verità era che sotto l’armatura del Sensei influencer, Maurizio restava un uomo buono, convinto che le arti marziali potessero salvare almeno un pezzetto del mondo. E se per riuscirci doveva gridare contro i clown virtuali e sembrare un po’ folle, beh, tanto meglio.

Dopo tutto, come diceva lui:
— Se devo vivere in un film, che almeno sia diretto da Tarantino.

E così, tra un calcio volante e una risata amara, il maestro Dragonfire 77 continuava la sua crociata personale. Il mondo intorno a lui era un circo, ma lui sapeva di avere un compito preciso: allenare la prossima generazione a distinguere i guerrieri veri dai clown travestiti da pensatori.

Perché alla fine, lo sapeva bene, i clown non finiscono mai davvero. Sono sempre lì, pronti a spuntare.
E allora, finite le ferie… entrino i clown.

sabato 12 aprile 2025

2006: Top Gun e il fantasma di Togliatti


2006: Top Gun e il fantasma di Togliatti


Il festino era cominciato con le migliori intenzioni: vino rosso del discount, taralli pugliesi comprati a peso e playlist di Manu Chao. Tutto molto 2006. C’erano studenti del Dams, qualche Erasmus argentino e boliviano, e naturalmente lui: Giuliano, il mio amico tesserato di Rifondazione, il quale sosteneva che in Italia non esistevano più le mezze stagioni né la vera sinistra. Parlavamo di cinema, come fanno i giovani colti o che almeno vogliono sembrare tali. Si discuteva se Tarantino fosse un genio o un feticista con la sindrome di Peter Pan, quando saltò fuori il nome di Tony Scott. Io, entusiasta, menzionai Top Gun.

“Top Gun è una figata,” dissi con l’entusiasmo che solo un Tom Cruise sudato può suscitare. “Tutto quel testosterone, le moto, i jet...” Giuliano mi guardò come se avessi appena difeso l’invasione dell’Iraq. “Mai visto,” disse, mentre un’ombra passava dietro ai suoi occhiali tondi alla Pasolini. “Come sarebbe a dire mai visto?” chiesi, sconvolto. “Me l’ha proibito mio padre,” disse con tono solenne. “Diceva che era propaganda imperialista. Un film-spot della NATO. Per lui Top Gun era come Via col vento ma con le bombe al napalm.” Ci fu un silenzio strano. Persino i ragazzi del Dams smisero di rollarsi le sigarette per un secondo. A quel punto intervenne Sebastián, un argentino con una maglietta di Diego Maradona e una birra in mano. “Nooo boludo, Top Gun è un clásico! Cuando Tom Cruise se pone los lentes y dice ‘I feel the need... the need for speed!’ è come vedere Messi segnare contro l’Inghilterra.” Giuliano, visibilmente turbato, cominciò a sgranocchiare nervosamente dei taralli. “Il problema,” disse, “è che la nostra generazione è cresciuta senza anticorpi. 

Nessuno ci ha vaccinato contro Stallone, Schwarzenegger, o Tom Cruise. Mio padre invece sì. Per lui Top Gun era come leggere Il Giornale: un atto di tradimento culturale.” “Ma scusa,” intervenne una ragazza boliviana con i dread, “non è anche Battleship Potemkin una forma di propaganda?” Giuliano la fissò per un secondo come se le avesse chiesto se Fidel Castro fosse vegano. Poi scosse la testa: “Sì, ma almeno Potemkin aveva Eisenstein. Top Gun aveva... Kenny Loggins.” Ci fu una pausa. Poi Sebastián alzò il volume dello stereo dove partiva Danger Zone. Alcuni ballarono. Giuliano restò fermo, visibilmente combattuto. In fondo, dentro di lui, forse sentiva che avrebbe potuto amare quel film, se solo suo padre non gli avesse insegnato che un missile aria-aria equivaleva a una sconfitta ideologica.

“Il futuro era Buffon, ma Bertinotti si era abbonato a Sky tradendo l’idea comunista”

Nel mezzo della discussione sull’importanza del Vietnam come esperienza formativa per la sinistra globale, qualcuno stappò una Moretti calda e gridò: “Raga! Ma vi rendete conto che tra tre mesi vince Prodi?” Una risata soffocata. Giuliano fece un mezzo sorriso. “Sì, e magari vinciamo pure i Mondiali, già che ci siamo…”

Ci fu un attimo di silenzio. Poi il flashforward, improvviso come una visione da peyote zapatista.

Luglio 2006. L’Italia è campione del mondo. Materazzi si fa insultare da Zidane con la pazienza di un frate trappista, poi lo provoca a tal punto che quello gli rifila una testata con effetto sonoro da cartone di Tex Avery. A Cosenza, il festino si è evoluto in una comune semipermanente. Giuliano, in preda all’euforia post-vittoria, indossa una maglietta con scritto “Cannavaro antifascista” e ha finalmente deciso di guardare Top Gun, ma solo in VHS e solo se lo doppiava Oreste Rizzini. Fausto Bertinotti, intervistato dalla Rai mentre sorseggia prosecco davanti a un televisore al plasma (“mi hanno convinto a fare Sky per seguire il Tour de France”), dichiara: “È una vittoria della collettività, dello spirito di squadra, del centrosinistra moderatamente entusiasta.” Nel frattempo, Ricky Gianco viene riscoperto da un DJ bolognese che lo rimixa con i Daft Punk durante la Festa dell’Unità 2006 a Bologna, mentre un banchetto raccoglie firme contro la globalizzazione tra una piadina e un dibattito sull’eros ai tempi del liberismo.

“Cosenza chiama Mosca… Buenos Aires risponde”

Il festino era cominciato con due casse acustiche sgangherate e una tanica di vino di Cirò recuperata dal nonno di Giuliano, un uomo che ancora si commuoveva davanti a un comizio di Enrico Berlinguer registrato su musicassetta. Gli invitati erano un miscuglio riuscito tra l’area artistico-filosofica del DAMS, tre studenti Erasmus (due argentini e un boliviano) e una ragazza di Scienze Politiche che parlava solo per citazioni di Pasolini. Le pareti erano tappezzate di volantini. Da una parte, la propaganda: “UN’ALTRA ITALIA È POSSIBILE” in stampatello, con Fausto Bertinotti che sorrideva con la sua solita espressione da filosofo beat in pensione. 

Dall’altra, il contrasto surreale: un poster sbiadito con Prodi in bicicletta, accompagnato dallo slogan “L’Italia che pedala unita”, che sembrava più un invito a una gita scout che una chiamata alle urne. Sul giradischi suonava una cassetta con la voce di Lucio Dalla che cantava Com’è profondo il mare, ma ogni tanto saltava e finiva sul lato B con Caruso mixata a un intervento di Bertinotti sull’articolo 18. 

Fu durante quella serata – quando qualcuno propose di rifare La corazzata Potëmkin con pupazzi animati e dialoghi in calabrese – che scoppiò l’idea: i sudamericani dovevano essere reclutati. Non era chiaro per cosa, ma Giuliano aveva deciso. “Compagni,” disse, salendo su una sedia con la bottiglia di aranciata in mano come fosse un microfono ONU, “dichiaro ufficialmente Gonzalo, Federico e Ernesto membri onorari della FGCI. Frontiera tropicale dell’internazionalismo mediterraneo.” “Si può fare?” chiese qualcuno. “L’ha fatto Fidel con Che Guevara,” rispose secco Giuliano. “E poi Ernesto ha un nome perfetto.” I tre, confusi ma lusingati, accettarono. 

Da quel momento, Federico diventò responsabile delle relazioni culturali con l’America Latina (cioè metteva i dischi di Mercedes Sosa), Gonzalo fu nominato coordinatore del subcomitato Rock en Español y Marxismo e Ernesto tenne una conferenza sulla guerriglia urbana nei quartieri di Rosario, che in realtà era solo una lezione di calcio su come eludere la polizia durante le partite clandestine.

Nel frattempo, l’Italia era immersa nella campagna elettorale più confusa e teatrale dal 1948. Bertinotti girava l’Italia con giacchette bianche che facevano molto “socialismo caraibico in trasferta”, mentre Prodi sembrava impegnato in un remake di Ladri di biciclette diretto da Ermanno Olmi. “Io voto Fausto perché sa ascoltare,” disse la ragazza di Scienze Politiche, mentre appendeva al muro una foto in bianco e nero del subcomandante Marcos che fumava una pipa dentro un campo romagnolo ricostruito in scala da studenti di architettura.  

“E Prodi?” “Prodi è il nonno che tutti vorremmo, ma non ci comprerebbe mai le sigarette.” 

Seguì un attimo di silenzio riflessivo, quasi commosso, come se avessero davvero perso un’occasione affettiva con il Professore di Bologna. Ma subito dopo, come nei migliori momenti di sincretismo politico e alcolico, spuntò fuori – da uno zaino decorato con adesivi del MST brasiliano e della Coca Cola con scritta ¡Revolución! – una bottiglia misteriosa. L’etichetta era scritta a mano: “Ron Zapatista – Distillato clandestino delle montagne del Chiapas”. 

Nessuno sapeva esattamente chi l’avesse portata, ma nel salotto si fece silenzio. Giuliano, galvanizzato dalla visione onirica e dal grado alcolico della missione, sollevò la bottiglia e dichiarò: “Una bottiglia di rum zapatista, “compagni, oggi qui, in questo salotto prestato alla Rivoluzione, proclamo l’ingresso ufficiale dei nostri fratelli latinoamericani nella FGCI! Come membri onorari! Con pieni diritti e doveri!” I presenti applaudirono, più per entusiasmo che per comprensione. 

Da un'idea de Lu Farmacista de Terni