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mercoledì 16 aprile 2025

Il compagno Trapasso


Il compagno Trapasso da Soverato con furgone

(1998, Bologna - Soverato. Flashback fra ideali evaporati e nuovissime insegne)

Gennaro Trapasso aveva ventitré anni e una collezione invidiabile di cassette duplicate, con calligrafia incerta sui bordi, spesso titolate con versi di canzoni che oggi farebbero sorridere, ma che allora suonavano come formule magiche. Tipo: “Il cielo è di tutti, ma non è di nessuno” (Lolli). Oppure: “Canzone della Bambina Portoghese” (Guccini, lato B). La sua vita era divisa tra due città e due tempi: Soverato, dove suo padre era sindaco e gestiva con zelo da capocantiere una delle sezioni più attive del PDS, e Bologna, dove Gennaro frequentava il DAMS, studiava cinema, viveva in una casa con altri tre fuorisede e faceva da archivista emotivo di una sinistra che cambiava pelle troppo in fretta. Nel 1998 il PDS cambiò nome e logo diventando appunto DS, ossia Democratici di Sinistra. Una quercia, più piccola, sostituì la vecchia falce e martello. Più inclusiva, dissero. Più europea. Più moderna. Gennaro si sentì come se gli avessero venduto un album in vinile e poi gli avessero rifilato una compilation su CD masterizzato male. «Ma cos’è sta roba?», diceva ai compagni della sezione universitaria. «Sembra un titolo di Bennato ma scritto da Veltroni». Ridevano tutti, ma amaramente, come chi si ferma in un piccolo bar di periferia, assaporando uno Jägermeister a temperatura ambiente. Passo – come ormai lo chiamavano tutti – non era il tipo da collettivo arrabbiato o da assemblea permanente in aula magna. Era un nostalgico lucido. Cresciuto a sigle sindacali e panini con la parmigiana portati alle feste dell’Unità, portava dentro una bussola interna che puntava sempre verso il PCI, anche se ormai esisteva solo nei cori dei centri sociali e nelle locandine sbiadite degli anni Ottanta. La sinistra, per lui, era anche – soprattutto – una questione musicale.

Oltre ai cantautori canonici come De Gregori, Rino Gaetano e Edoardo Bennato (che ascoltava a ripetizione nei lunghi viaggi in treno tra Bologna e Catanzaro), a Bologna scoprì due cose che gli cambiarono il modo di respirare: Claudio Lolli, in un’aula del DAMS, con una lezione-performance che sembrava più una veglia funebre per i sogni rivoluzionari; e Francesco Guccini, riscoperto e rivalutato grazie all’uscita di D’amore di morte e di altre sciocchezze, un disco che Gennaro consumò fino allo sfinimento. Per lui quel disco era il passaggio da PDS a DS, dal sogno collettivo alla gestione dell’io, dal megafono alla citazione da sottolineare. Ma non solo. In camera sua, nel piccolo appartamento di via Irnerio, accanto ai manifesti di La Palombella Rossa e Ecce Bombo, c’erano le locandine sdrucite dei CSI – con Giovanni Lindo Ferretti al suo apice profetico – e ritagli di giornale sulla scena wave fiorentina degli anni Ottanta. Passo amava i Diaframma, i primi Litfiba, i dimenticatissimi Moda, e fantasticava su un’Italia alternativa che ballava nel buio delle cantine con le giacche di pelle e i testi decifrati solo dai cuori in tumulto.

«La sinistra oggi ha perso il basso e la batteria» diceva spesso, citando sé stesso. «È rimasta solo la voce, ma canta fuori tempo».

Nelle sue passeggiate solitarie per Bologna, tra il Giardini Margherita e il Cinema Lumière, Gennaro immaginava un film mai girato. Una pellicola ambientata in una sezione di partito in disarmo, con i volontari che passano da Berlinguer a internet senza passare dal via. Un po’ Salvatores, un po’ Moretti, un po’ Guida Galattica per Autostoppisti, ma riscritta sulla Salerno-Reggio Calabria, con autogrill filosofici e compagni che cercavano il senso della militanza in un panino al tonno. Suo padre, da Soverato, lo chiamava ogni lunedì mattina. «E allora, Genna'. Che aria tira a Bologna? Ti sei iscritto ai DS?». E lui, guardando una videocassetta di Il Portaborse, rispondeva: «Sto aspettando che qualcuno mi convinca. Per ora, papà, ho solo nostalgia. E la nostalgia non paga la tessera». Nel marzo del ‘98, partecipò a un’assemblea cittadina sui nuovi orizzonti del partito. C’erano i giovani turchi, qualche assessore illuminato, e persino un tizio che distribuiva copie fotocopiate di La mucca pazza della sinistra europea, un pamphlet underground di cui si perse ogni traccia. Passo prese la parola. Tremava. Disse solo: «Cambiare nome non serve se dimentichiamo chi eravamo. Le band non diventano migliori solo perché cambiano la copertina».

Silenzio. Poi qualche applauso. Poi il buffet. Opera buffa, per dirla con un titolo del Maestrone.

Quell’estate, tornato a Soverato, trovò la sezione tappezzata di nuovo materiale. Il rosso era diventato più spento, il font più moderno. Suo padre, orgoglioso, gli mostrò il nuovo gadget: una penna stilografica con il logo DS. Gennaro la prese, la girò tra le dita, e disse: «Sembra una penna di banca. Non di partito». Passò il pomeriggio ad ascoltare Linea Gotica dei CSI e a sistemare le VHS dei film che aveva registrato a Bologna: Caro Diario, Trainspotting, Palermo Milano – Solo andata. Prese il diario e scrisse, con inchiostro blu: “1998. Il partito è cambiato. Io no. Ma forse dovrò cambiare io.  Intanto metto su Guccini. La parte di ‘Canzone delle domande consuete’. Quella che mi fa venire voglia di studiare e incazzarmi. Quella che sembra scritta per noi, anche se noi non sappiamo più chi siamo.”

E da qualche parte, nel suo cuore, la falce e il martello ballavano un lento con Giovanni Lindo Ferretti, mentre Nanni Moretti faceva jogging sul lungomare calabrese, con una maglietta “I ❤️ Togliatti” e il walkman Sony acceso su Siberia dei Diaframma. Questa era la storia del compagno Gennaro Trapasso. Partito con furore da Soverato, a bordo del furgone beige del cugino che gestiva un negozio di mobili in quel di Satriano.

LE ASSEMBLEE NON FINISCONO MA SI SPOSTANO SU TELEGRAM

Un racconto di Dario Greco

martedì 15 aprile 2025

Bologna '99: il futuro è in VHS




Bologna '99: il futuro è in VHS


Non era Capodanno, ma nell’aria si avvertiva lo stesso senso d’attesa febbrile e leggermente ridicola. Fine dicembre, 1999. Bologna era coperta da un cielo grigio, uniforme, tipo sfondo Windows 95. Giuliano era salito in treno da Cosenza con uno zaino pieno di cassette, volantini dell’Unione degli Studenti e una copia sgualcita della rivista “Reset”. Aveva diciannove anni e un’idea molto confusa di cosa volesse dire “vivere la sinistra da dentro”. La città era un crocevia di culture, fughe e ritorni. Gli studenti occupavano ancora qualche aula, ma la Pantera – quel movimento che alla fine degli anni Ottanta aveva fatto tremare i rettorati – era ormai solo un graffito sbiadito dietro la mensa universitaria. Al suo posto, un proliferare di collettivi nuovi, tutti con nomi che sembravano titoli di dischi punk o concept album krautrock: Frattura Aperta, Nodo Intestinale, Quinto Stato d’Alterazione. 

Giuliano si sentiva piccolo in mezzo a loro, ma anche stranamente a casa. Nel cuore del DAMS, si organizzavano proiezioni notturne su VHS recuperate da chioschi falliti e biblioteche dismesse. Una sera toccò a Strange Days di Kathryn Bigelow. “Questo è il nostro Millenium Bug”, disse qualcuno in fondo alla sala, mentre Lenny Nero correva per una Los Angeles distopica armato di ricordi digitali e sensi di colpa. Subito dopo, partirono i Doors con Strange Days, la traccia. Qualcuno gridò “è un segno!”, qualcun altro si accese un cannone, un terzo si mise a piangere pensando a come sarebbe stata la sinistra italiana nel nuovo millennio. Nessuno ebbe ragione. Fu durante una di queste notti, davanti a una macchina del popcorn guasta, che Giuliano conobbe Silvia. 

Studiava filosofia teoretica, indossava un cappotto militare sovietico e leggeva Douglas Adams come fosse un testo sacro. “Sai qual è il significato della vita, dell’universo e di tutto quanto?” gli chiese. “Quarantadue?” azzardò lui. “No. Sopravvivere alla Salerno-Reggio Calabria in pieno agosto”. E risero. Poi andarono insieme a una jam session in uno squat chiamato “La Plancia dell’Ammiraglio Ackbar”. Silvia era convinta che l’unica vera rivoluzione passasse dalla risata. Citava La Guida Galattica per Autostoppisti in mezzo ai comizi, portava una borraccia con scritto “Don’t Panic” e traduceva Marx come se fosse un manuale per il campeggio. Fu lei a raccontare a Giuliano dei Wu Ming, nati proprio lì, in quel periodo, come collettivo di scrittura post-lutherblissettiana. “Non siamo solo scrittori. Siamo dispositivi narrativi”, gli spiegò un giorno durante un presidio contro la privatizzazione dei trasporti locali. Giuliano non capì del tutto, ma annuì convinto. 

Le giornate si dividevano tra assemblee confuse, piadine mangiate in piedi e interminabili discussioni sul futuro della sinistra antagonista. Alcuni sognavano una nuova Internazionale Europea. Altri volevano solo un nuovo centro sociale con un impianto audio decente. Le notti, invece, erano tutte per il punk. La scena italiana viveva un momento d’oro: Kina, Negazione, Punkreas, ma anche gruppi locali con nomi assurdi tipo "Lenin e i Suoi Cani" o "Anarchia Digestiva". Ogni concerto sembrava l’ultimo prima dell’apocalisse del 2000.

Intanto, in libreria, impazzavano Andrea De Carlo, Baricco ed Enrico Brizzi. Era il momento in cui anche i più arrabbiati finivano a leggere City sotto una coperta logora. Giuliano alternava De Carlo a Trotzkij, Baricco a Toni Negri. Confusione? Forse. Ma c’era un’energia vera, qualcosa che profumava di possibilità. Una generazione che, tra un disco degli Assalti Frontali e un monologo teatrale sul neoliberismo, cercava un posto nel mondo. Magari un posto in cui il sindaco non fosse un ex democristiano col cappotto di loden. 

Nella notte del 31 dicembre 1999, mentre mezza Italia temeva che i computer si suicidassero per colpa del Millenium Bug, Giuliano si trovava su un tetto vicino via Zamboni, con una bottiglia di spumante da discount e una radiolina sintonizzata su Radio Città del Capo. La città sembrava sospesa. Nessuna esplosione, nessun collasso globale. Solo fuochi d’artificio e un DJ che metteva i Litfiba seguito da Perfect Day di Lou Reed. Fu in quel preciso istante che Giuliano pensò che forse, dopotutto, il nuovo millennio poteva non essere un disastro. Che magari c’era ancora tempo per salvare la sinistra. O almeno per fare un collettivo degno di questo nome. Poi la radiolina gracchiò: “A voi la linea, compagni. L’anno 2000 è arrivato. E con lui la nuova era. O almeno una nuova scusa per essere in ritardo alla prossima assemblea.” 

Risero tutti, brindando con vino caldo e parole confuse. E così Bologna, nel cuore della notte, sembrò per un attimo la capitale temporanea di un mondo migliore, scritto a mano su un volantino stampato male, ma pieno di speranza.

(Tratto da Le assemblee non finiscono, ma si spostano su Telegram) 

Un racconto di Dario Greco